

Che cosa so, penso, fantastico, dell’India? Come credo, molti europei ideologicamente perplessi ho l’impressione che l’India sia un luogo ad alto tenore di Dio, una foresta che produce scimmie, pavoni ed asceti; qui esistono ancora i Maestri, i Profeti, e quando si parla di Verità non si allude ad un caso giudiziario, ma alla Verità totale, cosmica; ecco, l’India non sarà mica un paese cosmico? Per noi che di cosmico non abbiamo più niente, eccetto un po’ di astrologia settimanale, potrebbe essere un trauma intollerabile. […] Man mano che mi avvicino, l’India prolifera nel mio cervello di pavido occidentale, la vedo crescere, enorme massa carnosa, con i suoi strapiombi e il suo profumo di sandalo, le sue anime inconsumabili, la sua vita e la sua morte onnipresenti, il luogo della trasformazione, la casa madre dell’Assoluto, la fabbrica degli asceti, la catena di montaggio delle reincarnazioni, il grande magazzino dei simboli, uno sterminato paese in cui da ramo a ramo metaforico balzano le scimmie allegoriche e mendicanti volontari, consci di trenta incarnazioni, ti insidiano per salvarti l’anima; il deposito dei sogni, l’unico luogo in cui esistono ancora gli dei, ma come delegati di un Dio sprofondato in se medesimo, e contemporaneamente incarnato ovunque, un luogo di templi e di lebbrosi, dal quale il sorriso di Buddha o di Siva non sono mai stati cancellati, morbidi e incomprensibili, estatici e mortali. (Manganelli 1992, pp. 19-20).
Gli ultimi giorni che segnano la fase precedente alla serrata (quindi ancor prima delle misure di red zone e hot spot su Bengali Tola) mostrano una città in cui:
«[…] molti negozi sono chiusi, è una Banaras irriconoscibile. Che strana sensazione fa incontrare poca, pochissima gente in strada. Moltissime saracinesche sono abbassate, alcuni ristoranti persino hanno chiuso. Allo Sree coffee, nei pressi di Dashashwamedh troviamo affisso un foglio in cui si comunica che il locale resterà chiuso per un mese, a causa del Coronavirus. Stamane piove, è già il secondo scroscio d’acqua della mattina, le strade sono piene di pozzanghere e fango, ma si riesce ugualmente a camminare, in equilibrio… c’è poca gente, poche moto, persino le mucche sono scomparse… Un signore, un avventore incontrato in un general shop dove eravamo per comperare del dhal e del riso, ci ha trasmesso tutta la sua preoccupazione dicendoci che il mondo è nel caos e se il virus si diffonde in India sarà un disastro, perché qui le persone non sono consapevoli e quindi non adottano le misure di sicurezza richieste. In questo limbo, in cui non si capisce granché, un ragazzo incontrato lungo il fiume stamane ci ha invece chiesto di fare un selfie insieme e ha voluto a ogni costo stringere la mano a Ino» (Nota di campo del 21/03/2020).
Insieme al dispiegarsi delle dinamiche d’inversione-avversione nella relazione con lo straniero, anche la sensibilità e la percezione di quest’ultimo nei confronti dell’India e degli indiani mutò, ancor di più al progredire del diffondersi del virus e dei provvedimenti di contenimento. Le sensazioni e i vissuti degli occidentali apparivano ora più crudi, più vicini a una percezione diretta degli eventi del quotidiano: meno filtrati dal costrutto o dal setaccio di un mondo idealizzato o da un percorso d’indagine spirituale o di ricerca e conoscenza. Gradualmente l’idea e l’esperienza di Banaras quale alveo e custodia del sacro, della spiritualità e della gentilezza (proprie delle pratiche della ricerca e di quelle commerciali dell’accoglienza e della vendita) si diradavano, sino a sparire, spazzate via dall’evento radicale della pandemia: sgomberando il campo lo liberavano e la città si divideva fra accoglienza e respingimento, compattezza e frammentazione.
Avveniva uno scivolamento verso l’idea dell’indiano irrazionale mentre, con il procedere del tempo e il progredire degli eventi, prendeva corpo una narrazione estremamente negativizzante del Paese. A fronte di precedenti vissuti, racconti
e descrizioni entusiaste (se non estatiche) di escatologie salvifiche, spesso scaturite da esperienze esclusive o contesti escludenti, prettamente legati al mondo della spiritualità o della religiosità, adesso entravano in campo valutazioni diverse, dicotomiche. Franava il fermo terreno (ideale) della Banaras del sacro che protegge, oppure si dissodava un terreno che già conteneva stratificazioni di non detto e di seppellito? Quella fertile crosta terrestre cittadina, in cui crescevano o poggiavano le variegate specie di relazioni coltivate dai ricercatori stranieri, s’inaridiva, così si producevano lacerazioni e scarificazioni ambientali, individuali, intime: i volti, gli sguardi, i discorsi, le attitudini, le azioni e ancor più certi luoghi e certi silenzi ne portavano segno e testimonianza…
Carraro B., Catini A. (2025), Il respiro di Banaras, Vol. III Catene, domini e possibilità: l’emergenza degli altri.
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