Attraversando Banaras: l’incontro con Guru ji

… Assumere la posizione dell’abitare umano, considerando la vulnerabilità nostra e altrui non tanto debolezza da scartare o da curare, bensì terreno comune di riconoscimento, di ricerca e spazio d’azione effettivo e operoso, seva, come insegnava il vecchio saggio Guru ji Hari Das Tyagi, rinunciante dell’ordine dei Ramanandi. Un paio di giorni dopo la Holi decidemmo di andare a incontrarlo: se ne stava, ci disse Nicola, indenne e intoccato dai turisti, lontano, dall’altra parte della città oltrepassato il viadotto e i poveri che si accampavano sotto. Ci era incappato pochi giorni prima in una delle sue uscite esplorative dirette alle periferie della città: un vecchio pieno di vita insieme a una vecchia statua di Kali.
Ci incamminammo percorrendo a piedi la riva del Gange verso nord, dai ghat più visitati a quelli meno noti, meno custoditi, poi affatto custoditi sino alla periferia. La barba aguzza e l’agilità d’un bambino da poco nato: gli arti del corpo li ripiegava quasi fossero asciugamani. Un sorriso e un buon umore che non potevi interrompergli, poi d’improvviso si azzittiva e si metteva in un silenzio espanso e contagioso, che non produceva attese… tutt’altro: quella posa emanava una morbida tranquillità, una sorta di calma non immobile. Gli occhi castano chiari gli brillavano, sembrava contenessero una scintilla accesa, fulgida, al centro della pupilla una lampadina ad alto voltaggio: 73 anni contenuti negli occhi vispi di un bambino.
Guru ji cucinava, ospitava, ci insegnava e si prendeva cura. Non era banale quel suo prendersi cura né solo empatica affettività, era la sua via e il suo insegnamento, la sua sadhana. La pratica che seguiva era, infatti, seva: il servizio e il farsi servizio, uno spazio d’azione effettivo e operoso, indirizzato all’altro, disinteressato al compenso, all’ottenimento, al riguardo o al ringraziamento. Seva è una parte fondante di molte vie e insegnamenti tradizionali e mistici, a volte viene anche intesa come Karma yoga, raggiungimento della meta attraverso l’azione disinteressata all’ottenimento. Si rivolgeva spesso al divino ma per lui, ci diceva, era nulla di trascendente, potevamo fare servizio a dio facendo servizio all’altro che in realtà altro non è. Quando gli domandavamo, rispondeva con poche parole. Drizzava la schiena con la velocità e lo scatto di un elastico, il corpo magro, asciutto, il sorriso mobile e gli occhi svelti, ci diceva: «brillerete come diamanti, brillerete di vita, lo scopo dell’uomo è brillare»…
Carraro B., Catini A. (2025), Il respiro di Banaras, Vol. III Catene, domini e possibilità: l’emergenza degli altri.
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