Gaṅgā, la dea bagnata: un flusso di conoscenza

Attraversando Banaras, spazi fisici, simbolici e sacri: il Gange, la Ganga

Nello «sterminato panorama della letteratura indiana antica, medievale e contemporanea, redatta in sanscrito e nelle lingue medio-arie, […], Gaṅgā non è altro che l’Assoluto in forma liquida (dravabrahman), dinnanzi al quale ogni parola e concetto cadono, per far posto al silenzio» (Pellegrini 2009, p. 377).

Dovremmo tacere dunque.


Eppure ci risulta impraticabile avendo avuto a che fare direttamente con Banaras: Ganga e il lungofiume sono fra le prime e più potenti immagini che ogni ricercatore o viaggiatore appena giunto in città cerca, o comunque trova, con lo sguardo. Dimentica di liberarlo alla ripartenza, Ganga convoglia e veicola percezioni, osservazioni e riflessioni nelle profondità delle sue acque, delle sue pratiche, dei suoi simboli e delle metafore che da esse s’ingenerano. Così era accaduto anche a noi: accompagnati da Arjun e dopo aver posato i pesanti zaini nella stanza dell’Ashram Guest House, scalata la faticosa verticale dei quattro piani che conducevano alla cima del roof top e conquistata la vetta del tetto, del tutto inaspettata si offriva all’orizzonte la visione del fiume della vita e della morte, oggetto di leggendario fervore e devozione. Più che un semplice elemento naturale, «un flusso di conoscenza» che sgorga direttamente dalla chioma di Shiva, così ebbe a indicare anche Nisargadatta Maharaj (Nisargadatta 2016, p. 107) celebre maestro indiano, considerato uno dei più rappresentativi esponenti novecenteschi dell’Advaita Vedanta.
Farne oggetto di analisi e riflessione nell’era oscura, cui oggi secondo l’antica scienza indiana dei cicli cosmici ci troviamo immersi, ci pare ancor più significativo: «fiumana sacra e simbolica per antonomasia» (Pellegrini 2009, p. 384) che monda ogni macchia e libera dalle catene del samsara, è l’unica, esclusiva forza dotata di questo potere purificante nel kali yuga; che sia potere di fede, di scienza o di entrambi, come vedremo nel corso del capitolo. Così nei Purana: «in Kaliyuga per attingere velocemente il Brahman Supremo il grande mezzo per gli uomini è servirsi dell’acqua della Gaṅgā, o grandi veggenti» (Ivi, p. 403) e ancora «Nell’età di kali in particolare, Suprema causa per l’ottenimento della liberazione dei mondi divini di Brahmā e degli altri immortali e degli uomini, è Gaṅgā» (Ibidem). Evidenzia l’indologo Mario Piantelli:

[…] menzionare il suo nome, mentre si tocca dell’acqua, quale che ne sia la provenienza, significa mondarsi, istantaneamente, da ogni macchia di peccato, per quanto turpe e orribile. Ottenerne il contatto, indicibilmente prezioso, fornisce l’accesso ad un’esperienza che rinnova il tutto dell’uomo: cuore e mente ne sono trasformati (Piantelli 1990, p. 10).


Quel contatto divenne, a un certo punto del campo, di certo prezioso per noi: non più solo tocco, bensì immersione fisica completa in quel flusso di conoscenza, inevitabile conseguenza del bisogno infuocato del corpo, della mente e della volontà ormai frantumata dagli eventi, conoscenza tattile che iniziava dalla riva e proseguiva nelle acque della Ganga divenendo accoglienza, esperienza, mutamento. «Nell’universo tantrico […] è il concreto atto del toccare a svolgere il ruolo trasformativo: toccare l’acqua è in qualche modo ridestare in se stessi il potere creativo, peculiare della Dea bagnata» (Lussana 2017, p. 124).

Carraro B., Catini A. (2025), Il respiro di Banaras, Vol. II Tantra, bracconaggio e anime in affitto.


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2 risposte a “Gaṅgā, la dea bagnata: un flusso di conoscenza”

  1. Avatar radiantd9d83102cb
    radiantd9d83102cb

    Molto bello! congrats

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