
Arjun, primo figlio maschio della famiglia proprietaria della struttura che ci avrebbe ospitato, ci aspettava lungo Jangambari road, trafficatissima arteria urbana che con tutte le sue auto, api, moto, motorini, risciò, vacche e carretti d’ogni epoca e genere corre chiassosa e parallela al lungofiume, a un centinaio di metri dall’incrocio più famoso del centro città, Godowlia crossing, snodo nevralgico e nevrotico situato al di qua di Dashashwamedh Ghat, in prossimità del tempio di Vishwanath. Sotto la sua guida e pesanti zaini in spalla che, troppo carichi, ci costringevano i corpi in uno sforzo intenso e asfissiante (metafora, forse premonizione, della traiettoria che avrebbero assunto la ricerca e il nostro progetto indiano), percorremmo il fitto labirinto di vicoli, facendoci strada a stento fra la folla di abitanti e pellegrini, per giungere infine alla Deva Paying Ashram Guest House.
Questo luogo, che già nel nome porta inscritta una sua spontanea accezione, assumerà il ruolo iniziale di pensione a basso costo, per poi divenire nostro rifugio, spazio di ricerca a ridosso della dichiarazione di lockdown e, in un avanzare privo di indugi, luogo di confino speciale durante l’eccezionalità sancita dalla costrizione indirizzata agli stranieri ancora presenti in città e in particolar modo in quel quartiere. Sollecitati dal dedalo di viuzze che avevamo attraversato e arrivati all’incrocio con il vicolo cieco che conduceva all’ingresso, cercammo di memorizzare visivamente il posto per ritrovarlo più tardi, una volta posati gli zaini, dato che lo stratagemma suggerito da Arjun per orientarci (seguire i mattoncini piccoli del selciato) non ci era sembrato sufficiente, tante erano le varietà di mattonelle e pietre che ricoprivano quel puzzle di angoli, croci e stradine. Sulla sinistra si trovava il cancello di entrata al Chausatti Devi Temple, dipinto di un giallo sole brillante, poco distante un bidone della spazzatura il cui contenuto era stato completamente rovesciato dalle scimmie, generosamente consegnato alla pavimentazione e ai cani, di fronte si intravedeva un piccolo linga e, proseguendo, l’arcata che conduceva al ghat, infine sulla destra dipinta all’angolo del muro si poteva leggere, con un pò di fortuna, l’insegna dell’Ashram Guest House che faceva capolino fra i numerosi fili della luce. I cavi elettrici, intrecciati come capita di vederli nelle cittadine del subcontinente, agglomeravano disordinatamente e senza interruzioni un edificio all’altro: segno di uno spazio arrangiato dal passare del tempo e dalla mano dell’uomo, di una gestione quanto meno caotica della fornitura di energia elettrica e di passaggi sospesi per le scimmie. Non solo liane urbane partecipi dell’ecosistema cittadino, bensì infrastruttura imprescindibile di quell’habitat metropolitano, necessaria agli spostamenti aerei e trasversali dei primati che in tempi normali, evitando l’irritante calata a terra, dividono più o meno conflittualmente la città con l’essere umano, mentre durante la serrata pandemica, scendendo con più frequenza dai cavi, gliela contendevano con sempre maggiore aggressività1…
- Con il proseguire e l’intensificarsi delle restrizioni, il cibo, che il normale pullulare degli uomini in genere lasciava, scartava o metteva a disposizione delle scimmie era diminuito notevolmente, cosi i primati a gruppi
iniziarono a scendere dai tetti sempre più frequentemente mostrando una
crescente aggressività. Al tempo stesso cominciarono a organizzare e a “manipolare” alcuni luoghi della città a loro strategici, tra cui lo spazio coperto dall’edificio della Deva Paying Ashram Guest House. ↩︎
Carraro B., Catini A. (2025), Il respiro di Banaras, Vol. II Tantra, bracconaggio e anime in affitto.
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