
Le ceneri dei corpi morti consegnati al fuoco e il fumo delle cataste, a traghettare le anime e gli altri compimenti: al campo crematorio di Manikarnika Ghat, Rudra indossava ancora il dothi nero che, legato intorno alla vita, gli cingeva il corpo. Gli altri aghori (o aspiranti tali) gli giravano intorno o sedevano vicino, ogni tanto anche qualche occidentale, poi una donna russa: pensavano di intentare quella via estrema che rade al suolo ogni dualità, fatta di comportamenti antinomici e pratiche cimiteriali. «Mahadev, Mahadev Guruji» dopo averlo salutato chinando la testa in segno di rispetto gli chiedevano ogni cosa. A un aghori di quel rango si può chiedere o parlare di tutto, perché in quel percorso bene e male, differenze di casta e di religione, sono semplicemente inesistenti, insussistenti: tutto ciò che esiste è Shiva, quindi tutto l’esistente è perfetto. Poi la risposta (o il silenzio) che arriverà è questione imponderabile e anche d’imponderabile forza, certamente è sempre molto diretta, senza fronzoli, efficace.
Quel giorno Rudra indossava solo un perizoma ricavato da una stoffa grezza, qualche collana e un bracciale a ornare collo e polsi, per il resto il corpo, magrissimo, era digambara, vestito d’aria, protetto da capelli neri corvino, spessi e intrecciati, ogni tanto lunghi sino al fondoschiena, ma non per quella vestizione di ceneri dei morti: li portava raccolti in testa, in alto, un turbante, dato che la cenere andava cosparsa su tutto il corpo, comprese spalle e dorso. Silenzioso, il viso ombroso, procedeva mentre lo stesso abito di cenere se lo spalmava l’altro nath, un personaggio molto noto venuto dal Tamil Nadu a indossare la collana di teschi umani, con la quale avrebbe aperto le celebrazioni della Holi al campo crematorio e altempio sotterraneo di Shiva, in una bolgia di genti, suoni e rumori che rinunciamo a descrivere. La rinascita della natura, che segna l’inizio della primavera e la vittoria del bene sul male, sarebbe stata festeggiata gettando e gettandosi addosso ceneri di carboni e salme, mescolate alle polveri colorate ma non prima di aver accolto gli aghori, incarnazione di Shiva, il danzatore cosmico che crea e distrugge e crea ancora.
Seduti fra gli odori penetranti della cremazione e il fumo, che secondo la tradizione trasporta in cielo ciò che resta del defunto (la sua essenza immateriale), osservavamo i corpi disfarsi al fuoco e i cani mordere ossa e pezzi di carne che come braci cadevano dalle pire, resto di quella combustione: più di cinque, sei ore per ogni catasta, ognuna di esse con un corpo sopra e accanto un dalit, un intoccabile (ma non per gli aghori) ad attizzare il fuoco.
Nelle vicinanze, intenta a ruminare i fiori lasciati ai defunti, qualche vacca proveniente dalla stalla urbana situata sul lato sinistro della vecchia scalinata del ghat: piena di storia e di piccole storie, di scale e di sedute, veniva costantemente costeggiata dalle corse con il morto in spalla, annunciate dal grido «the body is coming, the body is coming», a individuare in quel marasma di fuochi, cani, vacche, uomini, bambini, turisti, fiori, preghiere e sporcizia, il corpo preciso di un defunto che, a passo veloce, veniva condotto alla pira per l’ultimo rito di passaggio…
Carraro B., Catini A. (2025), Il respiro di Banaras, Vol. III Catene, domini e possibilità: l’emergenza degli altri.
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