Divinità di gomma, divinità di pietra

[…] Mentre lo sguardo scorreva fra l’acqua melmosa, il panorama desolato della riva opposta e il lungofiume, attenti a intercettare le ronde delle forze dell’ordine e a evitare discussioni con quella parte di cittadinanza pronta ad additare o segnalare lo straniero in strada, notammo una lavandaia. Artefice dell’unico rito attivo in quel momento in zona, stava celebrando la sua singolarissima puja.

Le murti piccole statue di gomma, accese di colori pieni e sgargianti, simboleggiavano varie divinità hindu la più grande delle quali era Ganesha, il dio con la testa di elefante figlio di Shiva e Parvati. Il corpo della donna era immerso nel Gange sino alla vita, lo sguardo in una spontanea alternanza rivolto al cielo e alle acque sacre accompagnava gesti di braccia e mani, che consegnavano il rito alle ampiezze dello spazio vuoto, del silenzio della riva e all’assenza assoluta di pubblico e frastuono. S’invertiva istantaneamente quel pieno troppo pieno di calca e suoni ininterrotti che normalmente affollavano, colmandole, le spettacolari Aarti del lungofiume preda dello sguardo prensile di fedeli, turisti e ricercatori.

Il corpo pareva un tutt’uno con quelle acque e vi si muoveva con la medesima fluidità, il rito ondeggiava quasi profanamente assieme alle acque sacre nella sensualità del movimento che generava. La donna, magra, di carnagione olivastra e dai tratti del volto che parevano impressi dalla delicatezza d’una vitale semplicità, s’avvicinava alle onde e poi consegnava alla corrente le varie figure, in particolare la piccola statua di gomma blu che era Ganesha. In virtù dell’armonioso celebrare Ma Ganga veniva sottratta alla stasi lacustre generata dal vuoto di rito di quel tempo senza sacrificio. Accompagnando i gesti con un canto devozionale leggero, quasi sussurrato e con la ripetizione del mantra, le mani divertite si aprivano, rivolte col palmo al cielo in segno di offerta e ricezione, poi protese e avviate al gesto alto della preghiera, per tornare infine all’acqua: una discesa verticale che al contatto generava ancora piccole onde e zampilli indirizzati in dono agli dei di gomma, alla stessa maniera in cui latte e acqua delle grandi puja ufficiali glorificavano, in un ‘lontanissimo passato recente’, le statue grandi degli dei di pietra e marmo.

Danzavano ora divinità di gomma ma non meno potenti, poiché intensità e potenza esprimeva quel rito: erano proprio i gesti immersi nella Ganga e il corpo in movimento a costituire un rito nel rito, non vi erano infatti altri strumenti a disposizione se non l’arte (o l’artificio) d’un movimento che era
dono alla divinità. La cinestetica rituale, risultato dell’orchestrata (eppur spontanea) combinazione del movimento delle murti e del corpo, sostituiva le classiche attrezzature del prima: gli altari, le offerte e le libagioni, i fuochi, gli strumenti sonori e musicali, le luci di ceri e lampade, il fumo, oggetti di culto classici e funzionali.

Il rito proseguì per un po’ nella ripetizione dei gesti del sacrificare, del donare e del ricevere, dell’offerta e della preghiera. Trascorsa una mezz’ora e dopo un’immersione completa, la donna ripose accuratamente una a una tutte le murti, dei e dee di gomma in una scatola di latta dopo averle lavate per un’ultima volta, se ne andò.

Il secondo fatto avvenne qualche giorno dopo…

Carraro B., Catini A. (2025), Il respiro di Banaras, Vol. III Catene, domini e possibilità: l’emergenza degli altri.


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