Spazi e luoghi

Banaras rivela in maniera emblematica una certa dualità, dove il luogo è ciò
che viene vissuto direttamente, è concreto, specifico, mentre lo spazio è qualcosa di generale, di astratto e che fornisce il contesto all’interno del quale i luoghi si sostanziano attraverso le esperienze, i sentimenti, i pensieri e le azioni degli uomini (Gaenszle, Gengnagel 2006, p. 8). A Banaras è possibile esperire senza interruzione queste due dimensioni cognitive-epistemologiche e passare quindi dallo spazio immaginato a quello vissuto, vivere l’ideale e la rappresentazione al pari del suo opposto fattuale. Così anche ci avevano suggerito i racconti di John e Mathieu, ricevuti inizialmente in forma d’intervista e poi in dialoghi strettamente informali, nel momento in cui accadimenti, collisioni e destini comuni ci hanno avvicinato tanto quanto solo il bisogno e la necessità sanno fare.

Nostri compagni di confino forzato nell’Ashram Guest House, viaggiatori, esploratori in età avanzata con un ricco bagaglio di esperienza alle spalle e legati alla città da lunghi anni di permanenza (6). Sebbene poco vicini per loro stessa ammissione a qualsiasi discorso attinente alla sfera spirituale,
certamente in città non per afflato divino o alla ricerca della liberazione (moksha o mukti) dalle ruote del samsara (7), avevano condiviso con noi, nelle serate trascorse sul tetto, le molteplici e singolari esperienze banarsi: dai primi viaggi effettuati negli anni settanta in super economici ostelli frequentati da giovani hippies in una India ancora non raggiunta dall’acqua minerale, all’invasione di eroina e di ricercatori giunti dall’Occidente e presto persi. Purtuttavia in entrambi albergava la consapevolezza che la città e il suo lungofiume fossero anche altro.

Un’atmosfera particolare vi si respirava e quasi li respirava: entrambi dichiaratamente atei, affermavano di sentirsi come toccati dalle pratiche giornaliere e dalla devozione dei fedeli, che parevano aver intriso l’aria di una qualche misteriosa energia, di cui persino loro beneficiavano.

Ancor di più lo stato eccezionale di carcerazione civile (8), la conseguente esperienza di contrazione e costrizione spaziale, ci invitano, se non costringono, a una riflessione intorno al ruolo, al significato e alla percezione dello spazio, al valore e al senso dei luoghi che abitiamo e che parimenti ci abitano, come «tante incerte appartenenze» (Calvetta 2021, 00:27). Così si fa luogo anche il ricercatore, la ricerca etnografica si verticalizza e si amplia, diviene anche lo spazio dell’intimo, di sé e dell’altro, del soggetto, dell’oggetto e dell’osservazione stessa. Dimensioni che a tratti collassano in consapevolezza cosciente e unitaria chiarificando l’indagine, mentre a tratti esplodono in mille pezzi cui il ricercatore può solo tentare di conferire senso: quasi che inciampando in una nuova, ingarbugliata e imprevista realtà sprofondasse nell’abisso ermeneutico di uno sloka(9) upanisadico, in cui il saggio induce a ricucire il senso stesso della ricerca tramite la via dell’introspezione (vichara marga) di quel Sé (atman-brahman) che contiene e pervade lo spazio di possibilità chiamato mondo:
«Qualunque sia quest’essenza sottile, tutto l’universo è costituito di essa, essa è la vera realtà, essa è l’atman. Essa sei tu, o Svetaketu» (Chandogya Upanisad 6.8.7 in Della Casa 1976, p. 248)…

6 Entrambi hanno conosciuto Banaras alla metà degli anni settanta e da allora vi sono sempre tornati in occasione di ogni viaggio in India, terra che hanno regolarmente e assiduamente frequentato. Ormai da più di trent’anni hanno scelto di risiedervi per gran parte dell’anno.

7 Ruota del divenire che imprigiona gli uomini in un eterno ciclo di morte e rinascita.

8 Imposto durante il lockdown quale misura discrezionale, totale (h24) ed
esclusiva per gli stranieri in alcune aree della città e del Paese, per noi dimensione di parte del campo etnografico.

9 Sloka è un termine sanscrito che indica una categoria di versi della metrica
vedica e rappresenta la base della poesia epica indiana.

10 Il significato di vichara marga può essere espresso, anche se non completamente, dal termine introspezione o auto-indagine. Si tratta dell’istruzione e del processo che Sri Ramana Maharshi (saggio indiano fra i più venerati e riconosciuti del Novecento) indica al ricercatore quale principale strumento dell’indagine interiore finalizzata a conoscere la propria vera natura e che fa perno intorno alla domanda: “Chi sono io?”. Per eventuali approfondimenti si rimanda al primo volume “Api e saperi: imprevedibili traiettorie”.

Carraro B., Catini A. (2025), Il respiro di Banaras, Vol. II Tantra, bracconaggio e anime in affitto.


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