Degli incontri, inattesi e connessioni: dalla fonte di Santa Maria Maddalena (Macerata) a Il respiro di Banaras
di Barbara Carraro e Arduino Catini

Alcune tracce possono disegnare traiettorie che conducono a incontri e suggestioni, alla stessa maniera in cui accade ed è sempre accaduto per l’acqua e le fonti e così pure per La Promenade dell’arte, che ha avuto luogo presso la fonte di Santa Maria Maddalena in contrada Torregiana a Macerata. Sabato 14 settembre lo scultore Javier e le sue opere, il Teatro inaspettato e lo spettacolo Un Miracolo per Yerma (omaggio a Federico García Lorca) e poi domenica 15 settembre, ancora lo scultore Javier insieme a Il respiro di Banaras, libro ed esperienza di noi autori (Barbara Carraro, Arduino Catini ricercatori, antropologi-etnografi), con la poetessa e performer Morena Oro e le scrittrici e poetesse Cristiana Brizzi e Diana Brodolini, hanno raccontato ed evocato quell’acqua che scorre, connette, monda, nutre e imprendibile vivifica e disseta corpi, vite e metafore.



La fonte di Santa Maria Maddalena è stata recentemente restaurata, restituita alla vista e sottratta ai rovi che l’aggrovigliavano occultandola. Da questo intervento è emerso un piccolo teatro naturale, incastonato in un avvallamento del terreno, un tempo spazio custodito, intessuto di gesti, atti e quotidianità, oggi generalmente poco visitato se non da qualche curioso camminatore o sporadico sportivo. Se, come ci ricorda l’antropologa Margared Roadman «i luoghi sono una costruzione sociale in cui agisce l’agentività dei singoli e delle comunità, sono “lived experience”, esperienze socialmente costruite e spazializzate, nascono [cioè] non solo attraverso le narrazioni, ma anche e soprattutto dalla prassi»[i], allora, durante La Promenade dell’Arte, fra le molteplici narrazioni e le differenti partecipazioni di tutti coloro che sono intervenuti (pubblico incluso), la fonte è tornata a essere luogo praticato, di relazione e di comunità. Non solo sfondo paesaggistico atto a incorniciare l’azione, ma spazio che forma e in cui si formano le azioni, “spazio fluido” o “fluida spazialità” si potrebbe dire. L’augurio sincero è che questa fonte restituita alla fruizione umana, mantenga la sua intrinseca duplice natura di luogo dell’assenza e della molteplice presenza, in fondo luogo dell’essenza e del fluire.
Nell’area intorno al fontanile il suono dell’acqua che scorre emerge riservato nel silenzio dello spazio circostante. La melodia discreta, prodotta dall’acqua che si riversa nella vasca sottostante, accompagna il visitatore acquietando l’animo, sia di quello attento sia di quello che distrattamente si lascia catturare da un ritmo sempre uguale e lievemente ipnotico, ma che pare voglia ogni volta, a ogni tuffo nel vascone, portar con sé echi di meraviglia, stille di stupore che zampillando si fanno dono. La melodia prodotta dal getto misurato è sovrastata ogni tanto (con maggior frequenza nelle ore di punta) dal passaggio delle auto sulla sopraelevata via Tucci, strada di scorrimento veloce che collega diversi quartieri della città nonché le vicine frazioni di Villapotenza, Piediripa e Sforzacosta. Il karmico scorrere della vita, un imperscrutabile destino o il gioco ironico di qualche trickster avvezzo al fastidio, vuole che l’eminente, prestigiosa figura di Giuseppe Tucci (orientalista, indianista, tibetologo, esploratore, antropologo, studioso delle religioni ecc. a cui Macerata ha dato i natali) sia assegnato a una strada di scorrimento che, oltre a sovrastare una vecchia fonte d’acqua dedicata a Maria Maddalena, attraversa l’area di Fontescodella «detta dai maceratesi comunemente “gabbetta”»[ii]. Un accostamento, chissà, forse solo in apparenza stravagante, se si considera che nell’area sorgeva un tempio precristiano (sui resti del quale vennero poi edificati, nel XIII sec., il convento di Santa Caterina e una chiesa) e il giovanile interesse di Tucci per il mondo latino, per la storia romana del Piceno, poi la sua matura convinzione «dell’esistenza di una koiné culturale fra oriente ed occidente, di un “humanitas” fondamentalmente unica che […] permea di sé l’Asia e l’Europa»[iii].

Il cartiglio lapideo incastonato nel frontalino della vasca principale indica che in origine si trattava di un pozzo (poteum), successivamente convertito in fonte nel 1822 dal Gonfaloniere Francesco Conventati. Nell’antichità, anche in quella di altre tradizioni e culture come quella indiana (in cui sono ancora vive e vitali), ci sono memorie di pratiche di devozione a siti naturali specifici come pozzi, fonti, manifestazione di genii loci, forze divine connesse alla natura, «divinità che possono essere sia benevole che malevole e la cui protezione o favore vanno conquistati»[iv]. In particolare in India per taluni di questi luoghi si utilizza il termine tirtha, parola sanscrita che indica un mezzo per compiere un attraversamento… verso dove? «Come un guado è un buon posto per attraversare un fiume, questi guadi metaforici sono passaggi che gli esseri umani possono attraversare (e in cui possono, assorti, sostare) per entrare in contatto e instaurare una connessione con la realtà più profonda, ampia e libera, affrancandosi dai legami e dalle strettoie mondane»[v]. Pratica radicata è quella del pellegrinaggio in tali siti, luoghi liminali, spazi soglia in cui si crede che «i confini fra la dimensione mondana e quella sacra diventino permeabili e si possa più facilmente ‘attraversare’ l’una (trascendere quindi il mondo fenomenico) per arrivare dall’altra parte»[vi]. Nuovamente, singolare coincidenza vuole che alla chiesa della Torregiana, un tempo adiacente all’area, si andasse in processione sino alla sconsacrazione avvenuta nel 1896[vii]. Pur tuttavia «Per quanto la parola tirtha sia associata primariamente ai luoghi sacri, in realtà […] per compiere il pellegrinaggio non è necessario recarsi in un luogo fisico, spostarsi da dove si è; si tratta piuttosto di volgersi all’interno, in un viaggio interiore alla scoperta di sé stessi, di quel principio celato nell’intimo degli esseri, conosciuto il quale ogni cosa è conosciuta»[viii].
Santa Maria Maddalena, a cui il fontanile è dedicato, è una figura complessa: riconosciuta recentemente da papa Francesco come apostola degli apostoli, veneratissima nella Chiesa Orientale, è colei che, secondo la tradizione, per prima ha veduto e riconosciuto il Cristo risorto e ne ha annunciato la risurrezione. Donna di grande fede, predicatrice, infine eremita in una grotta (in compagnia di un teschio quale oggetto di meditazione – tra impermanenza della vita corporea e valore della morte carnale?) dove lasciò crescere i capelli sino a coprire tutto il corpo[ix]. Identificata da papa Gregorio Magno con una prostituta, un equivoco (si disse poi) che oltre a creare «la figura della Maddalena pentita ai piedi della croce» ha sminuito, se non frantumato, «di fatto la sua importanza all’interno del gruppo dei discepoli del Cristo»[x] . D’altra parte la donna è storicamente (nelle società patriarcali) spesso peccatrice, in qualche modo (o in tutti i modi) colpevole.
Ecco, Maria Maddalena è tutto ciò e molto altro ancora, soprattutto è un simbolo che nella fonte trova magnifica rappresentazione. Quel “Noli me tangere”, non mi trattenere (meglio, si direbbe, di non mi toccare), riportato nel vangelo di Giovanni e che Cristo pronunciò dopo la risurrezione, ci pare espresso con estrema naturalezza e semplicità proprio dall’acqua che possiamo si toccare, ma non trattenere, così come non riusciamo a trattenere chi amiamo. Allo stesso modo, l’attaccamento a ogni esperienza, persino (e ancor di più) a quelle della santità o del piacere, generano danno, il danno del trattenimento che impedisce l’ascesa o il ritorno a se, al Se. L’acqua che scorre via tra le dita ci insegna lo scorrere, il fluire, le partenze e i ritorni, fluviali, geografici e interiori. Con le parole di Anne Carson «L’acqua non è una cosa che puoi trattenere. Come gli uomini. Ho provato. Padre, fratello, amante, amici veri, fantasmi affamati e Dio, uno per uno, tutti mi sono scivolati via dalle mani»[xi]. Riflettere sulla sua figura, in questo luogo riscoperto, ci pare quindi un invito a meditare sul dissolvimento dei nostri legami umani, su quella nostra prigionia che è l’attaccamento e che si fa impotenza, sulla vita, sulla morte… e, insieme, sull’autorevolezza dell’acqua che «deriva all’acqua dal non essere puramente materia, dal non essere elemento inerte, tanto che non la si può considerare puramente una risorsa. Essa è piuttosto un soggetto attivo, persino un agente creatore in alcune culture […]. È intrinsecamente autorevole tanto che la si dovrebbe protegge “in sé e per sé” e non in base ad una sua maggiore e minore purezza. E da questa posizione di interna autorevolezza pretende rispetto»[xii].
In ultimo la molteplicità di attribuzioni date alla Maddalena e le stesse varie raffigurazioni artistiche, prostituta, eremita, predicatrice ce la fanno accostare in qualche modo (o anche solo per simpatia) a quella delle yogini, termine complesso che designa una molteplicità di ruoli: maga, strega, incantatrice, maestra, divinità femminile. Un culto antichissimo che deriverebbe da quello del principio femminile, il culto della Dea, di origini precedenti alla civiltà dell’Indo, cioè anteriore al 3000 a.C. Figure eterodosse, antistrutturali – scriviamo ne Il respiro di Banaras – «sorgente di timori e tremori»[xiii] per i sistemi ortodossi, tradizionali e patriarcali, capaci di un insegnamento diretto, non mediato, rivelatore, intimamente connesso ai liquidi, alle secrezioni sessuali e all’acqua, associate al transito creativo, allo scorrere della vita e della morte e alla permanenza della realtà ultima. D’altra parte la donna, con le parole di Tucci, è «la Gran Madre e della Gran Madre ha gli impulsi violenti, i sacrifici sublimi e le capricciose ostinazioni. Come la Gran Madre è la vita ma, insieme, la morte»[xiv].
[i] Carraro Barbara, Catini Arduino, Il respiro di Banaras – Vol. II Tantra, bracconaggio e anime in affitto, 2025, Centro Studi Silvio Pellico ETS – Gondour edizioni, Torino, p. 47.
[ii] «termine di origine longobarda che vuol dire piccola strada incassata» in Bonifazi G. (22 gennaio 2018), «La chiesina del miracolo il 25 aprile del 1356: Santa Maria in Torregiana», La rucola, ˂https://www.larucola.org/2018/01/22/la-chiesina-del-miracolo-il-25-aprile-del-1356-santa-maria-in-torregiana/˃.
[iii] Crisanti Alice, Giuseppe Tucci e l’indianistica italiana tra Otto e Novecento, Tesi di Dottorato in Civiltà dell’Asia e dell’Africa, La Sapienza, Roma, p. 16.
[iv] Carraro Barbara, Catini Arduino, Il respiro di Banaras – Vol. II Tantra, bracconaggio e anime in affitto, 2025, Centro Studi Silvio Pellico ETS – Gondour edizioni, Torino, p. 65.
[v] Ibidem.
[vi] Ivi, p. 66.
[vii] A seguito del miracolo eucaristico avvenuto secondo la tradizione il 25 aprile 1356 quando dall’ostia spezzata da un sacerdote dubbioso sulla reale presenza di Cristo nella particola sgorgò del sangue che macchiò il lino (corporale) e parte del calice posti sull’altare.
[viii] Carraro Barbara., Catini Arduino, Il respiro di Banaras – Vol. II Tantra, bracconaggio e anime in affitto, 2025, Centro Studi Silvio Pellico ETS – Gondour edizioni, Torino, p. 66.
[ix] Raffigurata nell’iconografia in questa fase solitamente affiancata da un teschio.
[x] Tommasi Luce, Le donne nei Vangeli: Maria, Maddalena e il ruolo della Chiesa: Intervista a Alberto Maggi, teologo, biblista e autore del libro “Bernadette – La vera storia di una santa imperfetta”, donnexdiritti network, 25 dicembre 2022, ˂https://donnexdiritti.com/2022/12/25/come-sono-le-donne-nei-vangeli/˃.
[xi] Carson Anne, Antropologia dell’acqua. Riflessioni sulla natura liquida del linguaggio, 2010, Donzelli editore, Roma, p. 3.
[xii] Breda 2005, p. 3 in Carraro Barbara., Catini Arduino, Il respiro di Banaras – Vol. II Tantra, bracconaggio e anime in affitto, 2025, Centro Studi Silvio Pellico ETS – Gondour edizioni, Torino, p. 138.
[xiii] Ivi, p. 195.
[xiv] Tucci Giuseppe, (a cura di) Maurizio Serafini e Gianfranco Borgani, Non sono un intellettuale, 2017, Arte Nomade edizioni, Macerata, p. 213.
Lascia un commento