Verso Banaras

La nostra programmazione prevedeva, dal Tamil Nadu, un passaggio in Kerala (regione confinante a sud) e poi la partenza per il nord verso il Kashmir, territorio quest’ultimo che avrebbe necessitato di un buon numero di informazioni, di precauzioni e (perché no) di fortune, mentre la cartina geografica sparpagliava e disponeva luoghi e possibilità al centro del grande tavolo che indirizzava lo sguardo alla cima dell’Arunachala. A guardarla dal tetto, preso in prestito alla guest house limitrofa alla sistemazione meno costosa nella quale alloggiavamo, la montagna sacra pareva volesse indicarci qualcosa o sorvegliare quei nostri tentativi di prendere una direzione, alla stessa maniera in cui custodiva l’ashram e gli insegnamenti di Ramana sorti anni prima ai suoi piedi, quando ancora il monte era privo di vegetazione. Poi col passare del tempo tutto quell’assieme d’idee, spazi vuoti e piccole costruzioni, ospiti, discepoli e alberi radi, sentieri e insegnamenti, si è fatto numeroso, rigoglioso, sino a ricoprire e a ridefinire la collina, la piana sottostante, i sentieri che conducono alla cima e le vie della conoscenza (jnana marga) […]

Nonostante la calura del tetto ci ostacolasse la scelta, sfinendoci corpi e idee, quella sensazione ci richiamava il ricordo vicino della salita al monte sacro, Shiva stesso, Arunachala Shiva. Valutammo così l’opportunità di intraprendere (anche noi) un attraversamento non lineare: fare una deviazione rispetto al progetto iniziale che ci avrebbe indirizzato ad altre montagne anch’esse ritenute sacre ma situate a nord sulla catena himalayana. Spostarci dunque diversamente, seguendo le immagini evocate dall’Arunachala e dalla colonna di fuoco, nella direzione cioè della città elettiva di Shiva: Banaras, Kashi, Varanasi, ecc. la città dai tanti nomi, delle ceneri e del fuoco dei campi crematori disposti a cielo aperto lungo il Gange.
Del resto proprio in quel periodo si trovava ancora lì un nostro amico ricercatore che sarebbe poi, con ogni probabilità, rientrato in Italia nelle settimane a venire. Tracciando i possibili percorsi che avrebbero potuto collegare le nostre tappe future, ci rendemmo conto di come quelle traiettorie fisiche collidessero o comunque evocassero anche le altre di traiettorie: quelle ermeneutiche e di ricerca cui eravamo stati sollecitati dagli incontri fatti all’ashram di Ramana e da quella “holy antropology” così sottilmente e incisivamente richiamata. A Banaras proprio quei saperi diversi e le relative, inevitabili, meccaniche contrarie avevano trovato storicamente arena e terreno elettivo, campo unico e privilegiato d’incontro, confronto o scontro. Inoltre, aspetto non secondario, essendo situata più a nord, il clima in febbraio (e con marzo alle porte) ci avrebbe riservato qualche grado in meno di calura.

Calato il sole all’orizzonte decidemmo di fermarci a mangiare da Pushpa che abitava e cucinava da quelle parti, appena dopo l’incrocio fra la via che conduceva al tetto della guest house e la strada più grande, nella direzione della zona più affollata della città che mostrava, senza lesinare, le stridenticonvivenze e le contraddizioni viventi di un’arrembante, caotica modernità e una compassata ma versatile quotidianità. Auto moderne e seminuove, camioncini e rimorchi a motore sovrastati da sconsiderate quantità di fieno, carretti di legno trainati dai buoi, vacche portate alla corda e animali sciolti a nutrirsi dei resti dai bidoni di nuova fattura che quella stessa modernità aveva collocato ai margini della strada, fra le case nuove, le abitazioni tradizionali fatte di legno e mattoni di terra e quelle capitate nel mezzo della strada e della storia.

Carraro B., Catini A. (2025), Il respiro di Banaras, Vol. I Api e saperi: imprevedibili traiettorie.


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