Api e saperi

I diversi attraversamenti della via antistante l’
ashram di Sri Ramana Maharshi. Il carro trainato dalla vacca indiana (zebù) incrocia la strada carico di cocchi, fra biciclette, motocicli, api, auto, corriere e passanti

Oltrepassati i cancelli il caos e il frastuono propri di una qualsiasi, chiassosa città indiana, fra gli attraversamenti e le collisioni che univano o sgretolavano le scuole di pensiero locali in tempi non molto lontani e che, a tutt’oggi, caratte­rizzano dibattiti e confronti epistemologici, di certo l’attra­versamento della via antistante l’ashram risultava quello più complicato da comprendere e risolvere. Un caotico disordi­ne, adharma che infrangeva ogni riflesso d’armonia: in­festato di moto, biciclette, vacche, carri, auto, camion d’altri tempi, corriere sgasate sapide di ottani e di benzina al piom­bo, polvere, mendicanti, venditori di cocco, di banane e di liberazione (moksa/mukti) e di ogni altra cosa saturavano la strada e gli incerti tentativi d’attraversamento degli stranie­ri, tagliati dalle imprevedibili traiettorie delle api a tre ruote, che per arrivare prime a offrirti la corsa del rientro arremba­vano o arrancavano nelle più svariate direzioni, conquista­te in beffa al senso di marcia, annichilendo i sensi di buona parte degli occidentali che non fossero lì da un tempo utile all’apprendimento della pratica di quel tipo d’attraversamen­to. Ai margini del luogo sacro, in questo caso (anche) luogo della conoscenza, al di là della soglia del cancello un tem­po passaggio del Maharshi, quel tratto di strada affacciava o gettava il visitatore e il pellegrino in una cittadina colma di commerci, turismo, ricchezza, rinuncia, santità, fumi, polve­re e povertà. Imparammo che l’intrapresa di quell’attraver­samento urbano necessitava della rimozione dei timori, del­le incertezze e di un coraggioso, ma attento e vigile, affidarsi alla presenza dei sensi, dell’udito e della vista: percepire, sen­tire, poi buttarsi dentro, invischiarsi, come per gli altri di at­traversamenti, quelli da intraprendere nelle vie e nei mean­dri dell’esperienza culturale e ortopratica indiana. Il resto lo avrebbe fatto, simbioticamente all’attenzione (o alla grazia, in alcune tradizioni del Paese), l’auspicata capacità dei con­ducenti indiani che alla guida d’ogni mezzo smarcando, evi­tando e soprattutto a colpi di clacson e scodate, schivavano il pedone a patto che avesse tirato dritto, veloce, attraversan­do tutto d’un fiato, senza rallentamenti, incertezze o peggio ancora improvvise fermate nel mezzo o di lato. In un cer­to senso nell’ambito delle scuole indiane (soprattutto quelle definite di matrice tantrica) conoscere significa innanzitutto apprendere l’arte dell’attraversamento, con attenzione e vigi­lanza: attraversare le tradizioni, i percorsi, le difficoltà, il con­sueto e l’inconsueto, l’atteso e l’inaspettato, il quotidiano e il sacro. D’altro canto il luogo sacro per eccellenza è il tirtha, che sia esso guado, attraversamento, transizione, connettore, che sia posto, persona, testo o evento.

Un racconto etnografico è l’innesco della riflessione riguardo alle collisioni o al possibile incontro tra meccaniche contrarie e saperi diversi…

Carraro B., Catini A. (2025), Il respiro di Banaras, Vol. I Api e saperi: imprevedibili traiettorie.

Un venditore di banane e il trasporto del fieno, lungo la via antistante
l’ashram di Sri Ramana Maharshi

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